Può capitare quando uno sceglie di fare un lavoro (e sottolineo lavoro, quindi strumento per procacciarsi denaro che serve per vivere decentemente) che possa domandarsi che senso ha (se ce l'ha) quello che fa. a me per la verità non capita spesso sia perchè non mi va di sentirmi rispondere come so che mi risponderei sia perchè alla fine bisogna lavorare e quindi essere più o meno motivati cambia poco. c'è in giro un sacco di gente entusiasta che conclude poco e quindi meglio tentare di contenere gli entusiasmi e limitarsi a tirare la carretta dividendo con attenzione il lavoro che è fatica dal piacere che è tutt'altro.
detto questo con la massima serenità non posso fare a meno ogni tanto di riflettere su quello che accade in quello che bene o male al momento è il mio ambiente. ci ho pensato più spesso dopo la famosa lettera al ministro sensibile agli archivi comparsa su archivi23, cui hanno fatto seguito alcune risposte nel quadro di un dibattito alla fine non molto vibrante.
per la verità la lettera è stata parzialmente discussa anche all'interno della artigianale mailing list dei docenti di archivistica (niente iniziative ufficiali, siamo docenti ma soprsattutto archivisti e non vorremmo mai che il direttore generale di turno si risentisse e il sottosegretario si offendesse...). Le valutazioni sono state decisamente negative e dovrebbe essere in preparazione una risposta che a me sembra visti i tempi della discussione telematica ormai tardiva...
Poco importa eppure credo opportuno che partendo da qui la categoria che non può limitarsi a specchiarsi in sè stessa qualche domanda se la dovrebbe porre.
io intanto vista la temperie imperante preferisco discuterne con voi
Le questioni sul tappeto sono molte a cominciare dalla carenza dell'offerta formativa nell'ambito degli archivi correnti e della collocazione univoca e asfittica della disciplina solo in determinate facoltà. Nulla di nuovo e particolarmente preoccupante in una situazione che come sappiamo è da tempo semplicemente drammatica.
Non ritengo neppure un'emergenza scientifica e professionale una risposta alla lettera da cui queste riflessioni sono scaturite. Viviamo nel paese delle mobilitazioni virtuali e un appello in più o in meno non cambia nulla. Bene che vada il ministro ne prenderà atto e tutto resterà come prima.
Quello che mi preoccupa, anzi, che mi interessa di più è capire se la comunità dei docenti di archivistica ha un ruolo oppure se sia preferibile prendere atto del fatto che per una serie di motivi anche comprensibilissimi la capacità che abbiamo di agire in maniera coordinata ed efficace è davvero molto bassa. Mi sembra di intravedere la tendenza a procedere a strappi senza riuscire mai a far sentire la nostra voce. Sono l'ultimo ad avere l'autorevolezza per rivolgere questo "rimprovero" ai miei colleghi ma per indole faccio fatica a girare a vuoto intorno alle cose. Resta il fatto che, come la nostra disciplina, sopravviviamo all'interno di bolle d'aria che sappiamo ricavarci qua e là. Certo il percorso è delicato, bisogna agire con prudenza e nelle sedi opportune, Roma non fu fatta in un giorno ecc....
Mi sembra però un peccato rischiare di disperdere dentro alla pesante routine quotidiana un'idea che secondo me continua ad essere vincente e lo è tanto più quando emerge (e la lettera di Ingrid Germani, se ce ne fosse stato bisogno lo dimostra ulteriormente) la crisi profonda di un'intera categoria. Allora credo che dovremmo riflettere sul fatto che in questa congiuntura sarebbe opportuno assumerci in maniera più chiara le responsabilità che competono o dovrebbero competere a ciò che resta dell'Università. Magari avendo il coraggio di dire pubblicamente e soprattutto collegialmente quello che molti vanno ripetendo a titolo personale, magari facendo qualche calcolo di opportunità in meno e rivendicando a pieno titolo il nostro ruolo nei confronti di interlocutori se non ostili talvolta sfuggenti. Magari svincolandoci da questo o quel ministro e da questa o quella amministrazione per tentare di recuperare l'autorevolezza scientifica e intellettuale che fu dell'Università in quanto istituzione deputata ad orientare l'impianto culturale di un paese.
Altrimenti mettiamoci l'animo in pace e abbandoniamoci allo stillicidio delle piccole polemiche e delle grandi incomprensioni., condito con blandizie concorsuali
In concreto al di là della risposta o meno alla lettera a rutelli la mia idea è innanzitutto quella di valutare se esistono i margini per chiarire quale sia la posizione sui temi della formazione e della professione. In più mi piacerebbe anche un confronto franco in merito ai rapporti a mio avviso non sempre molto chiari che intercorrono tra Università e Amministrazione archivistica. Ambedue i soggetti saranno pure in crisi ma sicuramente i continui intrecci e sovrapposizioni di ruoli non contribuiscono a fare chiarezza.
Quello che più conta, però, è capire se ha un senso sentirsi partecipi di questa pur piccola comunità scientifica e culturale o se sia preferibile iniziare a pensare alle possibilità che ognuno di noi ha di mettersi in salvo. magari imbarcandosi su navi che battono bandiere diverse da quelle dell'archivistica come fin qui l'abbiamo concepita.
Spero che perdonerete la lunghezza e che soprattutto non me ne vorrete per questa piccola provocazione che a voi magari interessa poco o niente che non nasce da un particolare stato di depressione ma dal bisogno di vedere affermati alcuni principi che - almeno per quanto mi riguarda - danno iun minimo di senso a quello che facciamo ogni giorno...
que viva mussi!




